Doccia fredda: perché ne stanno parlando tutti

La doccia fredda è importante per avere una buona salute, un animo sereno e un corpo giovane e tonico, perché? Cosa succede quando il nostro corpo entra in contatto con il getto di acqua fredda?

Lo Ishnaan è il termine con cui si indica una forma di idroterapia nata in Oriente e che consiste nella la doccia fredda come beneficio del corpo e dell’anima. Nasce dall’unione di due parole: ISH “malattia” e NAAN “non esiste”.

La doccia fredda favorisce il ricambio sanguigno, poiché il tocco freddo sulla pelle costringe il cuore a raggiungere i capillari più esterni nel tentativo di riscaldare il corpo. Il risultato è una pelle più tonica di un colorito migliore, un alleviamento delle tensioni e dello stress e un’iniezione di giovinezza.

Come si pratica lo Ishnaan

Si tratta di una pratica molto sofisticata e precisa che consiste nel fare una doccia fredda, ma seguendo precisi movimenti. Con il getto d’acqua fredda sulla parte superiore del braccio massaggiando si agisce sullo stomaco. Anche lo spazio tra il gomito e il polso influenza il tratto digestivo. Il polso corrisponde al fegato e le punta delle dita al cervello.

I benefici della doccia fredda

Tantissimi sono i benefici dell’acqua fredda, al punto che andrebbe fatta sempre non solo d’estate per rinfrescarsi, ma anche nella stagione invernale. Si solo al pensiero molti sentiranno già freddo e penseranno che sia una pazzia, ma una volta che avrete letto i benefici della doccia fredda forse cambierete idea.

I benefici della doccia fredda sono:

  • mantiene la pelle luminosa, tonica e bella
  • aiuta a mantenersi giovani
  • migliora la circolazione sanguigna
  • allevia la depressione, l’ansia, lo stress e i malesseri mentali
  • migliora la qualità del sonno
  • favorisce il coraggio
  • aumenta le energie e la forza di volontà
  • rinforza il sistema nervoso
  • disintossica il corpo ma anche la mente
  • migliora il sistema immunitario
  • previene la menopausa precoce
  • contrasta la cellulite
  • favorisce la perdita di peso e velocizza il metabolismo
  • mantiene i capelli forti e sani
  • regola la temperatura corporea
  • migliora la respirazione
  • aumenta la produzione ormonale (sono utili per gli uomini che vogliono migliorare la propria fertilità)

Se si vuole favorire ancor più la circolazione si può puntare sulla doccia di contrasto, ossia alternando acqua calda e fredda durante la doccia e favorendo il processo di “vasocostrizione e vasodilatazione”.

Il talento di Gilles Rocca

Photographer Federico Ghiani @ghianinson
Fashion Director Rosamaria Coniglio @rosamaria_coniglio
Hair Styling Angelo Rosa Uliana @angelorosauliana
MakeUp Artist Barbara Ciccognani @barbie.ciccognani_makeup

Total Look Dolce&Gabbana @dolcegabbana
(Personal Hat with feathers di Gilles Rocca)

Una storia di una bellezza per niente scontata, fatta di esempi positivi e nuovi progetti stimolanti per il futuro del grande schermo. È lui, Gilles, da non perdere di vista, che dietro lo schermo ci è cresciuto grazie all’azienda di famiglia che, da tre generazioni, fornisce al panorama televisivo i suoi strumenti musicali, oggi pensa a come il cinema possa rappresentare un potente strumento di comunicazione per svegliare coscienze e, perché no, educare le nuove generazioni a un cinema di qualità e che fa riflettere.

Ed è attraverso i suoi personaggi, protagonisti dei suoi cortometraggi, che scopriamo la sua ispirazione, da cui prendono forma storie autentiche che raccontano uno spaccato dell’Italia, troppo poco ancora messe sotto i riflettori. Come Roberto, nel suo cortometraggio “Cado” giovane che non riesce ad arrivare a fine mese, soffocando in una situazione di precarietà in cui si trovano milioni di italiani, non riuscendo a trovare un lavoro, e cadendo in una disperazione senza via d’uscita, se non quella che conduce alla negazione dell’esistenza.
Infatti, da attore camaleontico, come l’abbiamo conosciuto, sul set di Distretto di Polizia, Carabinieri o Tre Tocchi con la regia di Marco Risi, è lui stesso a confessarci che la regia attira il suo interesse più di ogni altra cosa perché gli permette “di raccontare storie di grande valore umano, con la massima onestà, senza dover scendere a compromessi con l’interpretazione del personaggio”.
Storie di vita, di chi si trova a combattere con la distrofia muscolare, raccontata nel docufilm “Duchenne”, o di violenza sulle donne, tema affrontato in “Metamorfosi”, cortometraggio da cui traspare tutta la sua attenzione e la profonda sensibilità al tema. “Perché sono un figlio, un fratello e un fidanzato, e approfondire queste tematiche concrete, da un lato, è un modo per esorcizzare le mie stesse paure, dall’altro mi rendo conto che è un’urgenza quella di porre l’attenzione sui problemi in cui la gente si può riconoscere”.

Artista poliedrico, ha ereditato la passione del padre per i motori, che non a caso gli ha dato il nome del famoso pilota Gille Villeneuve. La sua passione per le due ruote lo porta ad attraversare lunghi tragitti con le sue compagne di viaggio preferite: una Kawasaki GPZ 1100 dell’81 e una Triumph Speed Triple, oltre ad essere ambassador per la grande signora rossa, la scuderia Ducati che ha preso parte a una spettacolare performance di Ballando con le stelle (da cui è uscito vincitore) in sella a una Streetfighter fiammante.

Una passione che lo ha ispirato per un progetto lungimirante che lo vedrà in giro per l’Europa, a caccia di luoghi dell’arte, in cui sono state girate le più famose scene di cinema e grandi serie. Un mix di arte e cinema on the road, fino ai paesaggi mozzafiato dell’Islanda.

La sua costanza, nella ricerca di un valore e una motivazione più alta, alla base di ogni suo progetto, lo rendono sempre più vicino a quelli che sono i suoi modelli; “un Matthew McConaughey in Dallas Buyers Club, o un Di Caprio in The Revenant, il cui aspetto fisico da cui siamo irrimediabilmente affascinati, passa in sordina di fronte a un’interpretazione magistrale di personaggi ai limiti dell’emozione da lasciarti quasi turbato, ed è lì che il cinema ha raggiunto il suo scopo”.



Intervista a Roberto Da Pozzo, Art Director di “Michel Haddi, Anthology Legends”

Ha ritratto le più grandi star di Hollywood come nessuno le ha mai viste, icone di stile, top model, designer e cantanti, dedicando(si) del tempo per cogliere quelle sfumature della personalità che solo un occhio che ha cuore può fare.

Così lo descrive Marisa Berenson, ex attrice e modella, nipote di Elsa Schiaparelli, che apre il libro “Michel Haddi – Anthology Legends” con una prefazione:

Ci sono vite che brillano e portano gioia a molti. Michel Haddi è uno di quei destini.
Ha iniziato in solitudine con un profondo senso di vuoto, e ha costruito la sua vita con forza, coraggio e dignità realizzando i propri sogni. Tutto ciò che sa lo ha imparato da solo, abbracciando la vita con infinito ottimismo, senso dell’umorismo e avventura. È potente e fragile, duro e romantico, sensibile e forte. Nel corso degli anni è stato insegnante, editore di molti bei libri e riviste di sua creazione, regista e fotografo di fama mondiale. La sua personalità è più grande della vita di tutte le celebrità su cui ha messo gli occhi. Le sue fotografie esplodono di personalità, sensualità, umorismo, bellezza, oscurità e luce, sono multidimensionali, accattivanti. È un uomo d’onore, con un grande cuore, è generoso e gentile e un amico fedele e premuroso. È divertente ed eccentrico, un uomo originale che pensa fuori dagli schemi. La sua infinita curiosità, conoscenza e cultura sono la base della sua grande creatività. Ama le donne e per questo le comprende.

Noi di Manintown intervistato Roberto Da Pozzo, art director di questo immenso lavoro, pezzo immancabile nelle librerie degli appassionati di fotografia, edito da Yuri & Laika e disponibile anche su Amazon.

Sean Connery, David Bowie, Denzel Washington, Kate Moss, Gwyneth Paltrow, Keanu Reeves, solo alcuni dei ritratti raccolti in 40 anni di carriera del grande fotografo; cosa significa lavorare all’antologia fotografica di Michel Haddi? 

Significa guardare e scegliere milioni di immagini di un grande autore; cercarne un senso estetico ed armonico nell’ abbinare le varie fotografie come doppie pagine, il mio marchio di fabbrica.

Quali sono i compiti di un Art Director nella cura di un libro fotografico? 

Oltre all’ardua scelta delle immagini, di grande importanza c’è anche l’impaginazione grafica, la sequenza e la scelta della cover, uno studio che richiede tempo, grande senso estetico, buon gusto, una buona logica e ore ed ore di prove tecniche.

Esiste una sequenza logica nella scelta delle foto di un libro?

Io uso quella emozionale .

E’ stata difficile la scelta delle immagini?

Siamo partiti dal suo intero archivio, il che significa 80% di ritratti di persone famose tra attori, cantanti, registi… Ho cominciato a scegliere una o due foto a soggetto per poi legarle insieme e creare una sequenza, come il montaggio di un film. L’essenza del libro ora è di circa 400 pagine .

Perchè Michel Haddi ti ha scelto per questo lavoro? Quali sono i tuoi punti di forza?

Ci conosciamo dagli anni ’90, da quando facevo l’Art Director di alcune testate del gruppo Vogue; siamo amici, ma soprattutto sa che rispetto il lavoro degli altri, ad esempio non taglio mai le foto degli autori per aiutare una certa impaginazione, non le snaturo, sarebbe irrispettoso.
La mia firma sono le doppie pagine, l’accostamento di due immagini che si richiamano tra loro, come una sequenza, come uno zoom, come un’assonanza. E la grafica non è mai invasiva, devono comandare i soggetti in fotografia, non le parole.

Che tipo di rapporto vi lega? 

Ci lega un rapporto di stima reciproca e di grande rispetto per le nostre professionalità; siamo più o meno coetanei e con un passato lavorativo simile, gli stessi valori e le stesse referenze culturali. Per dirla in breve abbiamo gli stessi codici di lettura delle cose.

Come descriveresti il lavoro di M.H.? 

Michel Haddi è un fotografo che crea delle immagini molto forti e sopratutto rubate. Non sono dei ritratti classici con il soggetto in posa; spesso invece è decentrato, tagliato, va all’essenza dell’individuo e riesce ad istaurare un rapporto speciale con chi sta davanti all’obiettivo.
Si relaziona alle star o ad un parcheggiatore nello stesso modo, e ottiene sempre quello che vuole!

Qual è la parte del lavoro più divertente di un Art Director? 

Quando arrivano i pensieri, i momenti in cui le idee sono ancora fluttuanti, concettuali, aeree.
Poi arriva la parte dell’applicazione, e in questo sono davvero maniacale!

Significato e importanza del lavoro fotografico oggi 

Oggi più che mai ha molta importanza un lavoro autorale perchè dall’altra parte siamo subissati di immagini di scarsissima qualità, che arrivano soprattutto dai social network e che sono soprattutto selfie. C’è un abuso della fotografia, uno stupro dell’arte fotografica, si va poco in profondità e siamo bulimici di immagini. Immagini che non raccontano e non danno niente, ma chiedono in cambio tanti like.

“Accidentally Wes Anderson”: la “celluloide” di ispirazione andersiana in formato travel book

È il libro fotografico omaggio alle ambientazioni idiosincratiche ed estetizzanti del regista di Houston, l’unrepentant hipster del cinema americano. Una trasposizione dalle realtà fittizie ed immaginifiche dei favoleggianti diorami andersiani agli iconemi, verosimilmente cinematografici, di spaccati di geografie reali. Un giro del Mondo, in 368 pagine, sulle orme dei profili paesaggistici a immagine e somiglianza dei luoghi partoriti dalla prolifica immaginazione di Wes Anderson (che ne scrive di suo pugno la prefazione del libro). Pubblicato dalla casa editrice britannica Trapeze, è un’avventura visiva affidata all’occhio di 180 fotografi (professionisti e non) accomunati da un unico comune denominatore: una visione del mondo a “simmetrie pastello”.



Svizzera, Passo della Furka. La foto d’epoca è quella di un alberghetto di montagna dalla facciata a mattoni, con le persiane a battenti color verde bottiglia e la scritta rosso ruggine, situato accanto al ghiacciaio alpino del Rodano ad un’altitudine di 2,429 metri. Costruito nel 1882 da Joseph Seiler. Un tempo panoramica film location di James Bond a bordo dell’Aston Martin DB5 grigia metallizzata in Missione Goldfinger, ora edificio abbandonato. È dell’Hotel Belvédère di Grindelwald la prima foto postata, l’11 giugno del 2017, sulla pagina Instagram @AccidentallyWesAnderson, ma non a caso anche la simbolica foto copertina che fa da biglietto da visita all’omonimo libro. Molti progetti nascono, così per dire, “accidentalmente”, come la storia del fortunato e seguitissimo account da un milione di follower aperto, 3 anni fa, dal content marketer americano Wally Koval. Dall’epifanica rivelazione andersiana, nata sotto le malinconiche atmosfere fiabesche di Rushmore, alla consacrazione della piattaforma social approdata alla carta stampata, c’è di mezzo l’idea di Wally di creare, con la compagna Amanda, un account personale di viaggio, una sorta di bucket list di luoghi, da visitare almeno una volta nella vita, che sembrano a ben guardare estensioni visive dei paesaggi usciti da The Royal Tenenbaum, Moonrise Kingdom o The Life Aquatic. Se l’arte può imitare la vita, forse anche l’altra faccia della stessa medaglia è possibile. Lo dimostra la comunità di Travellers, come Wally ama definire i suoi follower, che in qualunque parte del mondo essi si trovano riescono ad osservare le cose dalla stessa prospettiva, come se le foto fossero scattate da un solo occhio, quello di Wes Anderson.


Facendo uno scroll della pagina Instagram veniamo sopraffatti da uno spirito da “Amarcord”, lo stesso che ci accompagna sfogliando le pagine del libro, ma anche da un fantasticare con gli “alter ego” degli universi paralleli allestiti da Wes Anderson, dei quali sono una mimesi perfetta.  Coordinate tinte pastello, sfumati rétro e colori saturati al limite del fiabesco, composizioni prospettiche, simmetrie perfette e un seducente velo di malinconia agro-dolce che cala suoi luoghi: dai vagoni ferroviari alle funivie anni 60, dalle facciate Art Nouveau alle piscine in stile romano, dagli alberghi alla Gran Budapest Hotel ai palazzi Belle Époque al colonnato neo-barocco delle terme di Mariánské Lázně, passando per stazioni, sale di teatri senza pubblico, stadi senza tifosi, uffici postali dimenticati, fortezze indiane, fino ad arrivare alla casa galleggiante di Crawley e alla Reyniskirkja Church nel remoto villaggio islandese di Vik.

Le 200 location, scelte tra 15.000 immagini in archivio, vanno a comporre i tasselli di un edito atlante di stampe fotografiche e “legende” narranti oltre le facciate che uniscono il Vecchio e il Nuovo Continente, partendo dal cuore dell’Europa, lambendo le isole Svalbard fino a toccare l’Antartide con la stazione britannica di Port Lockroy (dove vengono studiate le colonie di pinguino papua).

In un momento storico in cui siamo costretti, nostro malgrado, ad “appendere le valigie al chiodo”, Accidentally Wes Anderson è un libro che ci invita a ri-innamorarci delle bellezze di un mondo visto sotto altre lenti, perché in fondo da qualunque prospettiva esso si guarda resta sempre un posto meraviglioso.

Capelli per le feste: i consigli dell’hair stylist

In questo momento storico il taglio dei capelli è in continua evoluzione e non ci sono regole fisse. Tra chi è sempre propenso ad osare, oppure chi lascia i capelli naturali e un po’ trasandati (complici di questa scelta le lunghe giornate passate in casa da soli) altri ancora non rinunciano a tenerli corti e sempre ordinati.

Nickolas Piazza, style director di Toni&Guy Turati 7 Milano, ci racconta il suo punto di vista in merito agli ultimi trend dei look maschili e femminili in questa stagione, svelandoci qualche consiglio da applicare durante le feste. Del resto, se non potremo stupire tutti i nostri parenti e amici dal vivo, avremo comunque un look perfetto da sfoggiare sui social.

Quali sono i trend sui tagli maschili questa stagione?

Molti di noi in questo periodo hanno deciso di ribellarsi in maniera importante alle abitudini che seguivano ormai da tempo ma per prima cosa è giusto dividere in fasce di età le tendenze. I giovanissimi continuano a far crescere i capelli in maniera sempre più naturale e selvaggia, senza seguire uno stile preciso. Gli adolescenti sono invece quelli che mi stupiscono di più in quanto si ribellano in modo deciso alle convenzioni andando ad accorciare e tagliare le lunghezze. I millenials e gli uomini adulti invece, non hanno cambiato le proprie abitudini in fatto di taglio mantenendo un look casual, sfumature morbide ai parietali e lunghezze molto gestibili nella parte superiore, che possono essere portate con riga laterale oppure pettinati tutti quanti all’indietro. Chi ha i capelli mossi naturalmente, sfrutta il proprio riccio lasciandolo libero per la maggior parte dei casi.

Ci consigli un look maschile e uno femminile da sfoggiare durante le feste?

Per l’uomo proporrei un look “bagnato”, provando a riutilizzare dei prodotti ad effetto wax in completo contrasto con gli stili più naturali che siamo abituati a portare. Questi si sposano perfettamente con una barba più pulita o con una rasatura totale, fortemente consigliata per far respirare bene la nostra pelle e magari accompagnata da uno scrub. Riscoprite anche il rito della barba, usando un rasoio mono lama e la schiuma montata manualmente tramite un pennello.

Un consiglio per le donne invece è quello di sfruttare le vacanze per concedersi delle maschere per capelli (vanno lasciate riposare almeno 8 minuti, magari anche su capello asciutto prima di fare lo shampoo). Quanto al look suggerisco di puntare sugli accessori. Tornano con gran forza l’utilizzo di cerchietti grossi colorati, mollette vistose e forcine. Osate con acconciature home made senza aver paura di sbagliare, procedendo da capello asciutto per dare un effetto grunch sulle radici e andare a pulire le code qualora ce ne fosse bisogno. Provate anche ad utilizzare la piastra per fare i capelli ricci oppure il ferro per ottenere delle onde morbide e molto più naturali, fissando tutto con spray specifici per dare un effetto più voluminoso e vissuto alle vostre acconciature.

Un consiglio per le donne in fatto di colore invece ?

Per questo Natale il compagno perfetto sono i balayage (tecnica che nasce negli anni 90 e che ad oggi è in forte espansione con diverse rivisitazioni) che vanno ad illuminare i capelli in maniera molto naturale regalando così luminosità e movimento alle nostre acconciature. Un must sempre più presente alle proposta per le mie clienti è un balayage ad effetto sun-kissed. Il face framing invece è una tecnica che può essere fatta con gli highlights sotto la chioma frontale oppure con un balayage, creando così un hair contouring che sappia mettere in risalto il viso. Ricordiamo sempre che le ciocche più chiare devono essere studiate e posizionate sempre in base alla forma del viso sul quale andremo a lavorare.

Sei un rockettaro e vuoi un bagno in stile rock? Ecco alcuni suggerimenti

Le idee di arredo casa, che siano esse moderne o tradizionali, sono davvero tante e diverse. Un ventaglio di soluzioni che abbraccia tutti o quasi quelli che sono i vari gusti estetici, proprio per riuscire a creare un ambiente casa vicino a ciò che ci piace davvero. Perchè la casa deve essere anche questo: un luogo sereno e tranquillo, dove poter ritrovare il proprio equilibrio psicofisico, rilassarsi e che sia il perfetto riflesso di tutto quello che ci piace. E proprio per questo motivo, molte aziende che si occupano di arredo in senso lato hanno proposto sul mercato una serie di prodotti capaci di adattarsi ad ogni stile.

Per gli amanti del rock, esistono tante soluzioni per l’arredo casa, accessori e oggetti che richiamano e ricordano nella forma e nei colori, lo stile rock fatto di passione e esagerazione che molti rockettari famosi hanno trovato come unica valvola di sfogo, la musica. Quindi ben vengano in casa colori decisi, strumenti musicali, in particolare chitarre e batterie, sia nella loro forma originale che rivisitate dal moderno stile artistico, capace di tramutare un tamburo in una poltrona. Insomma anche i rockettari di ogni generazione potranno finalmente avere la casa dei loro sogni.

L’unico dubbio, per l’arredo, potrebbe essere il bagno. Come si arreda un bagno rockettaro?

Ci sono diverse soluzioni e suggerimenti che si possono seguire. Il mercato offre varie soluzioni per quanto riguarda la rubinetteria. Ad esempio l’azienda Paffoni ha creato una linea di rubinetti bagno che ha denominato proprio “Rock” proponendo dei prodotti dalle geometrie decise e innovative proprio come è da sempre stato il rock nella storia: una musica che ha rotto gli schemi, comunicando in maniera più diretta ed esplicita. Quindi scegliete dei prodotti di rubinetteria che esprimono carattere e dinamicità, come quelli dalle linee squadrate e rette.

Lo stesso discorso vale per i sanitari: scegliete i sanitari e i lavabi a monoblocco e colorati. La forma robusta e spessa di questi sanitari, ricorda l’imponenza della musica rock, fatta di acuti strumentali e di armonie polifoniche portate allo stremo. 

Il bianco come colore di arredo è da escludere, in quanto non ricorda per niente il rock. Per questo scegliete anche per il bagno colori dinamici e forti, come il nero o il grigio scuro, che sono anche due dei colori più gettonati negli ultimi anni.

Ricordate che in un bagno rock è più indicata la doccia che la vasca. Quindi scegliete le docce in vetro così da far risaltare all’interno delle bellissime colonne doccia, dallo stile deciso, come un vero rockettaro vuole.

Per quanto riguarda il colore delle pareti, vi consiglio di scendere una pittura ad effetto cemento, magari di un colore leggermente tendente al chiaro da contrapporre al colore più scuro del vostro arredo.

Questi sono solo consigli generali, una linea guida da seguire per chi parte da zero e non sa come muoversi. Poi, se proprio avete voglia di osare, potete anche stampare o far disegnare una parte di testo della vostra canzone preferita oppure il vostro artista preferito. Il rock è anche questo no? Sapere osare con convinzione!

I parchi più belli di Tokyo: itinerario nella natura

Tokyo non è solo la città dei grattacieli, dell’incrocio di Shibuya (il più trafficato al mondo), dei giardini zen, dei manga e dei negozi di videogiochi. Tokyo è anche la città dei parchi, quelli in cui sdraiarsi a sognare o a mangiare un bento box. Il periodo migliore per visitare la capitale del Giappone è quello della fioritura dei ciliegi (Hanami), ossia ad Aprile. Si tratta di uno spettacolo di pura emozione che rimarrà per sempre nei vostri cuori.

7 parchi più belli di Tokyo da vedere

Ginza

Un parco enorme, rigoglioso, curatissimo e bellissimo, dove passeggiare o fare pausa pranzo. Pagode, laghetti e alberi di ciliegio in fiore rendono questo luogo un incanto.

Maronouchi- Giardini orientali del Palazzo Imperiale

Il più importante parco del Palazzo Imperiale, non è a pagamento ed è super curato. Ci sono delle costruzioni antiche quali i resti di una prigione sotterranea, delle torri e un castello mai finito.

Shinjuku Goyen

Forse è il più bel parco di tutta Tokyo. Lo spettacolo della fioritura degli alberi di ciliegio è meraviglioso. Altrettanto bella è la fioritura dei crisantemi. Impossibile non restarne incantati. Si tratta di un parco a pagamento e chiude tutti i giorni alle 17.

Ueno Koen

Non è un vero e proprio parco, ma merita sicuramente una visita. Un bel laghetto che si può visitare a bordo di un pedalò a forma di cigno e che nel periodo dell’Hanami diventa un tappeto di petali rosa di ciliegio. I viali sembrano come quelli dei manga giapponesi: una bellezza da togliere il fiato. L’ideale è fare una bella passeggiata, contemplando le meraviglie della natura e fermarsi sotto un albero di ciliegio a mangiare un bento box o dell’ottimo street food.

Santuario di Meiji e Parco di Yoyogi

Questo santuario shintoista merita una visita per il suo meraviglioso giardino. Tanti sentieri, prati, percorsi ciclabili lo rendono una meta giovanile super amata.

Koishikawa Korakuen

Questa incantevole zona verde si trova a nord del Palazzo Imperiale. Bellissimo lo stagno, l’isoletta, il piccolo fiume. Tutto ricorda un tipico giardino da passeggio giapponese.

Valle Todoroki

Valle Todoroki è una vera oasi di pace, qui ci si immerge nella natura, si passeggia ascoltando i bellissimi rumori della natura e ci si lascia inebriare dai profumi dei fiori quando in fiore. Il fiume è attraversato da ponticelli e vi sono statue che decorano il parco in modo suggestivo con cascate.

Passeggiando in questo parco vi sono da ammirare diversi tesori di valore culturale e storico come monumenti e templi, un santuario e il tradizionale giardino giapponese.

Valle Todoroki è uno dei 100 posti più belli di Setagaya e amato dai turisti di tutto il mondo.

L’innegabile forza di Griffin Matthews

Griffin Matthews è uno scrittore, regista, attivista e attore. L’attore di “Dear White People” è emerso come uno dei talenti più eclettici e ricercati sulla scena cinematografica attuale. Nel 2019, a seguito dell’uscita delle sue performance in “Dear White People” su Netflix e in “Ballers” su HBO, ha dimostrato di essere un’innegabile forza, capace di catturare l’attenzione del suo pubblico.

Quest’anno Griffin reciterà nell’attesissima serie “The Flight Attendant” (L’assistente di volo), con Kaley Cuoco. La serie racconta la storia di Cassie (Cuoco), un’assistente di volo che si sveglia nell’albergo sbagliato, nel letto sbagliato, affianco ad un uomo morto, senza avere idea di cosa sia successo. Griffin interpreta il ruolo di Shane Evans, collega di lavoro di Cassie, che conosce molti dei suoi segreti. La loro amicizia è messa alla prova nel momento in cui la vita di Cassie inizia a sbrogliarsi e le verità di tutti i personaggi iniziano a venire a galla.



Ecco a voi alcune domande che abbiamo posto a Griffin Matthews riguardo la sua carriera, per conoscere meglio il suo talento.

Come hai scoperto di avere una passione per la scrittura, la regia e la recitazione?

Mi esibisco da quando ero bambino. Nel mio soggiorno. Per i miei genitori. Per i miei fratelli. Non ho mai smesso di esibirmi. Fa parte del mio DNA. Recitare è la passione che ho inseguito quando ho dovuto decidere cosa volessi studiare al college. Sono entrato nella prestigiosa School of Drama presso la Carnegie Mellon University per studiare teatro musicale. È stato proprio qui che mi sono davvero appassionato allo storytelling, non solo come attore, ma anche come cantante, ballerino, scrittore e regista. Ho capito che avrei potuto fare molto più di quanto avessi mai sognato!



In che modo la tua carriera ti ha cambiato la vita?

Lavorare in questo ambito significa che la tua vita sarà in continua trasformazione. Lavoriamo ad orari strani. Viaggiamo in posti nuovi, sempre preoccupati per la stabilità e il denaro. Combattiamo per mantenere intatte le nostre relazioni. Questa carriera richiede grandi sacrifici, ma mi permette di crescere, imparare e migliorare costantemente, sia come artista che come persona.

Qual è stato il traguardo più impegnativo della tua carriera?

Penso che il traguardo più impegnativo sia stato rimanere paziente e fiducioso. Ho 38 anni. Mi ci è voluto tanto tempo per emergere in questo settore. Sono davvero orgoglioso di non aver mollato. Di aver aspettato pazientemente. Di essere andato a tutti i casting. Di essere sopravvissuto a tutti i no ricevuti. Ovviamente, ho ancora molti traguardi da raggiungere, ma sono davvero orgoglioso di “The Flight Attendant”. Mi sento così fortunato ad aver preso parte a questo show!



In quanto omosessuale e di colore, hai avuto difficoltà nell’ottenimento dei ruoli che hai interpretato?

La mia battaglia principale è stata dimostrare al mondo e a questo setttore che posso essere qualcosa di più dello “sciocco migliore amico gay”. A volte i ruoli sono così ricchi di cliché e pregiudizi. Mancano di specificità. Mancano di umanità. Mancano di profondità. Quindi ogni volta che ho la possibilità di interpretare un ruolo, faccio tutto ciò che è in mio potere per dargli autenticità. Questo implica essere vulnerabili, intelligenti e ricchi di sfumature. Il mio obiettivo è che gli spettatori vedano qualcosa di nuovo, cosicchè possano cambiare il loro pensiero nei nostri confronti.

Com’è stato lavorare come collega di Kaley Cuoco in “The Flight Attendant?”

Ho adorato ogni minuto di lavoro con Kaley. Abbiamo stretto un’amicizia genuina durante le riprese. Dal momento in cui ci siamo incontrati, al mio provino finale e fino alle riprese, abbiamo avuto una chimica immediata. È molto divertente e simpatica, anche nella vita reale. Non si prende troppo sul serio. Abbiamo passato la maggior parte del nostro tempo a ridere a crepapelle e penso che questo si manifesti davvero nelle nostre esibizioni in “The Flight Attendant”.

Com’è stato girare parte della serie a Roma?

Ho amato Roma più di quanto si possa esprimere a parole. È una città magica e romantica. La sua cultura, il cibo, l’ospitalità italiana, la moda, i luoghi storici. Sono rimasto sbalordito! Nei miei giorni liberi, passavo ore da solo a passeggiare per le strade, fermandomi nei negozi e nei bar a parlare con estranei. Mi sono sentito come fossi a casa. Ho ufficialmente eletto l’Italia come la mia seconda casa.

Quanto è stato importante per te, a livello personale, interpretare un uomo omosessuale di colore in “Dear White People” e perché?

Interpretare D’Unte nella terza stagione di “Dear White People” ha cambiato la mia vita e la mia carriera. Quel personaggio mi ha permesso di essere “grande”. Ho dovuto correre dei rischi, dire cose controverse ed indossare abiti audaci. D’Unte non si è mai scusato per essere rumoroso, gay e fantastico. Mi ha insegnato ad essere rumoroso, gay e fantastico, sia sullo schermo che nella vita reale.

Qual è stata la lezione più importante che hai imparato nella tua carriera?

Sicuramente quella di fidarmi del mio istinto. Quando ho imparato a fidarmi del mio intuito, ho scoperto di saper accettare quelle che sono le conseguenze, buone o cattive che siano. Quando non ascolto il mio istinto, invece, finisco per avere rimpianti. Sto cercando di avere molti meno rimpianti nella mia vita.

Guida al montgomery, il capospalla cult per la stagione fredda

Il Covid-19, oltre agli effetti nefasti che abbiamo imparato a conoscere, ha rafforzato con ogni probabilità un bisogno generalizzato emerso già prima della pandemia, inerente quella sensazione di conforto che offrono gli abiti particolarmente ampi e robusti, dalle linee coocon, arricchiti magari di una patina used che non guasta mai; quelli, insomma, in cui avvolgersi per sentirsi al sicuro nella temperie attuale, che la pandemia ha reso ancora più incerta.
Le qualità appena elencate sono presenti in toto in uno dei capispalla di punta della stagione autunno/inverno, ossia il montgomery o duffel coat, il giaccone con gli alamari che ha spopolato nelle sfilate delle fashion week a/i 2020 come nei cataloghi delle griffe più disparate. In realtà questo pilastro del guardaroba maschile, al pari di altri illustri “colleghi”, torna ciclicamente nelle proposte outerwear dei designer, magari ritoccato in modo più o meno consistente per adattarsi ai tempi che corrono.

Le origini, comunque, datano alla fine dell’800, quando i marinai della Royal Navy inglese, per ripararsi dalla furia degli elementi che sferzavano i mari del Nord, cominciano a infagottarsi in pastrani di stoffa pesante, confezionata a Duffel, cittadina delle Fiandre che finisce così con l’identificare l’indumento tout court. L’apice della notorietà viene però raggiunto durante la Seconda guerra mondiale grazie al generale britannico Bernard Law Montgomery, figura cruciale per le sorti del conflitto, che è solito indossare un paltò color sabbia, talmente spesso che le truppe prendono a soprannominarlo “Monty Coat”; da lì alla denominazione attuale, il passo è breve.


picture taken in 1958 showing French fashion designer Coco Chanel (L) strolling down the Veneto street in Rome, in company of French author Jean Cocteau (C) and young friend Miss Weiseveiller (R). (Photo credit should read STF/AFP/Getty Images)

L’apprezzamento dei militari è riconducibile ai tratti essenziali dell’indumento, improntati a rigore e praticità, rimasti pressoché invariati fino ai nostri giorni: l’ampiezza delle forme, strutturate pur senza il minimo accenno di rigidità; il tessuto in panno di lana; il cappuccio; il carré sulle spalle; le due tasche frontali a toppa, in cui riporre il nécessaire; e, ovviamente, la chiusura mediante alamari, i caratteristici cordoncini chiusi da bottoni allungati in corno, pelle o legno, pensati per garantire una presa rapida e agevole anche con le mani bagnate.
Terminata la guerra, le eccedenze finiscono sul mercato, e ad accaparrarsene le maggiori quantità sono i coniugi Morris, che danno vita negli anni ’50 a Gloverall, marchio divenuto sinonimo del capo stesso.

Mentre a perpetuare l’appeal marinaresco del duffel coat provvedono film cult dell’epoca come ‘Mare crudele’ o ‘I cannoni di Navarone’,  gli estimatori si moltiplicano curiosamente proprio tra le fila dei ragazzi (e ragazze) coinvolti nei movimenti di protesta e controcultura che scandiscono i decenni seguenti, dai beatnik americani ai mods, ai sessantottini di ogni latitudine; tutti conquistati dal calore e dalla solidità connaturate al capospalla, insieme ai volumi comfy. Alla lista si aggiungono rapidamente intellettuali, registi e artisti in generale, da Jean Cocteau (che prediligeva una vezzosa versione total white) a Stanley Kubrick, passando per Mick Jagger e Jean Genet, e non tardano ad arrivare le interpretazioni degli stilisti.

Negli anni il montgomery ha mantenuto la propria rilevanza nei circuiti della moda, pur seguendo l’andamento carsico cui è soggetto nell’ambiente qualsivoglia capo o accessorio, fino all’ennesimo revival nelle collezioni per la stagione fredda in corso; in questo senso c’è l’imbarazzo della scelta: indicativo il caso di Burberry, dove Riccardo Tisci dà libero corso alla fantasia tra modelli in nuance tenui – rosa sorbetto o bianco con profili scuri a contrasto – e altri vivacizzati dal celebre check della maison, riprodotto all-over. La varietà delle proposte è assicurata anche da Neil Barrett, che si diverte a ibridare il montgomery con dettagli presi in prestito da altre tipologie di capospalla, qui rivestendolo di soffice shearling a mo’ di teddy coat, lì trasferendogli l’imbottitura del piumino, o ancora inserendo la pelle intorno a spalle e chiusure frontali. Stesso discorso per Dsquared2, le cui versioni (come gli altri abiti dello show, d’altra parte) non conoscono mezze misure, passando dall’overcoat scivolato al giubbotto corto in vita.



MSGM punta invece sulla tonalità eye-catching del paltò rosso; in maniera analoga K-Way, brand simbolo degli impermeabili colorati, in scena a gennaio con il primo défilé in assoluto, sceglie per il duffel coat cromie luminose quali verde smeraldo e arancione, aggiungendovi inoltre le tipiche zip multicolor delle sue giacche waterproof.
I marchi Belstaff e Margaret Howell, all’opposto, omaggiano l’heritage militare dell’indumento, il primo declinandolo in una sfumatura salvia, interrotta sulla parte inferiore e lungo le maniche da bande di colore nero; il secondo portando in passerella un modello che più basico non si può.
Di tutt’altro tenore le variazioni sul tema di Yohji Yamamoto, extra long e fluttuanti, strette sul davanti da lunghi nastri che si rincorrono terminando in grandi bottoni rettangolari.

Una selezione di dieci proposte sulle quali orientarsi per arricchire il proprio armadio non può prescindere da diversi dei nomi appena menzionati, che hanno il vantaggio, tra l’altro, di essere disponibili sui vari e-store: sono infatti a portata di clic il cappotto checked nelle sfumature del beige e cammello, in 100% lana, di Burberry, il coat bicolore dalla texture “orsetto” di Neil Barrett, il montgomery over in pelle, foderato in shearling, di Dsquared2; e ancora, il duffel coat dalla nuance vermiglio di MSGM, quello minimal targato Margaret Howell e il modello di K-Way; l’assortimento dei colori di quest’ultimo, oltre a quelli sgargianti di cui sopra, comprende le tonalità canoniche del blu scuro e grigio tortora.
Chi preferisce l’outerwear classico ma con un twist potrebbe prendere in considerazione il cappotto taupe in misto lana PS Paul Smith, arricchito da strisce dall’effetto dégradé, oppure quello della capsule collection JW Anderson X Uniqlo, in cui all’interno del cappuccio fa capolino un rivestimento tartan.



Per gli amanti del low profile, un’opzione da valutare è il montgomery nero Dolce&Gabbana, dal taglio morbido, che evita qualsivoglia orpello per concentrarsi sulla fattura in sé, ineccepibile come d’abitudine della griffe italiana.
Impossibile non chiudere la lista con il duffel coat per antonomasia, quello cioè del sopracitato Gloverall, le cui prerogative risultano pressoché immutate da decenni: quattro alamari in corno; sottogola per poter eventualmente stringere il bavero; fit asciutto quanto basta; lunghezza al ginocchio; produzione orgogliosamente made in England. Un modello adatto ai viaggi sulle navi del secolo scorso come alla vita nelle metropoli odierne, a conferma della sua intrinseca trasversalità d’uso.

Suprema: il luxury outerwear da avere questo inverno

L’eccellenza e la qualità più alta possibile. E’ questo l’obiettivo di Alfio Vanuzzo e Morena Baldan sin da quando nel 1981 hanno fondato Suprema, azienda leader nella produzione di capi in pelle e in montone di qualità. Oggi, dopo il successo commerciale, la collezione si è ampliata e l’azienda prende il suo posto anche nel ramo della pellicceria reinterpretandola secondo le tendenze attuali, con l’obiettivo di offrire al pubblico prodotti raffinati e contemporanei, ma soprattutto riconoscibili.

Il montone resta certamente il must di Suprema, da oltre 30 anni, e si continua ad innovarlo con tecniche di lavorazione all’avanguardia. Stampati a laser, traforati, dipinti o spalmati. I capi vengono realizzati seguendo uno studio approfondito di forme e geometrie inusuali con forte personalità, ma senza tempo.

In questi mesi, gli iconici capi del brand sono stati apprezzati anche da quattro personaggi amati sui social, che li hanno reinterpretati sui loro profili Instagram per la stagione autunno/inverno 2020.

Alessandro Magni (Lifestyle influencer)

Alessandro indossa giaccone in montone merinos brisa, in colore stone, collo a rever, tasca con pattina e occhielli dei bottoni rivestiti in pelle a contrasto.


Elisa Taviti (Imprenditrice e fashion influencer)

Elisa ha scelto un modello in montone lacon francese costruito esattamente come gli iconici trench in gabardine in tutte le sue parti, ma realizzato nella varietà più pregiata di shearling.


Ludovica Valli (Digital influencer)

Ludovica indossa un parka in montone lacon francese rosso , con interno nappato in contrasto nero e coulisse in vita.


Giorgia Cantarini ( Giornalista di moda indipendente e curatrice)

Giorgia indossa un parka in montone lacon francese rame , con interno nappato in contrasto nero e coulisse in vita.